14 dicembre 2019

Treviso

TREVIGIANO RISCHIA DI MORIRE IN CARCERE NEL QATAR

Arrestato perchè in possesso di inalatore per smettere di fumare

Carlo De Bastiani | commenti | (16) |

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TREVIGIANO RISCHIA DI MORIRE IN CARCERE NEL QATAR

TREVISO - Una disavventura dell’altro mondo. Marco Carmagnola, 46 anni, “imprenditore di me stesso” come ama definirsi, di Trevignano (Treviso), figlio di un noto colonnello dei bersaglieri, trapiantato per scelta di vita, da anni, in un paradiso delle Filippine dove ha pure scoperto l’amore, nei scorsi giorni ha rischiato di morire in una prigione di Doha, Qatar.

Marco Carmagnola (in foto nella sua casa nelle Filippine) deve la vita indubbiamente ai medici dei due ospedali del paese della penisola arabica dove era stato trasportato d’urgenza in condizioni disperate, ma soprattutto all’ambasciata italiana che è riuscita a farlo curare bene e a farlo rimettere in libertà. Dopo due notti e un giorno di cella dove aveva avuto un gravissimo malore a causa della tensione e della mancanza dei farmaci salvavita che doveva assolutamente prendere. Non gli è stato concesso né un bicchiere d’acqua né l’assunzione dei suoi medicinali. Tantomeno ha potuto mangiare.

Lui imprenditore dell’accoglienza turistica, dedito alla solidarietà, promotore di campagne internazionali a favore dei bambini (ha coinvolto pure il Rotaract ed il Rotary di Montebelluna in diverse iniziative per i bimbi, le scuole e gli ospedali), ha promosso l’arrivo a Cebu – la città in cui ha ritagliato il suo paradiso in terra: un resort sulla spiaggia, con la foresta alle spalle – di medici italiani per aiutare la popolazione; lui ben introdotto in ambienti ufficiali di Manila e Cebu; con la sua famiglia che gode di grande prestigio nella Marca e nel Veneto; è stato sbattuto in cella con criminali di ogni tipo, omicida compreso. “Ho trovato però più rispetto e solidarietà in cella che in aereo o dalle autorità del Qatar”.

Oggi Marco Carmagnola, dopo una settimana di calvario fra voli, carcere e ospedale, è ritornato nelle “sue” Filippine. Come ben servito nel Qatar gli hanno stracciato in faccia il biglietto che prevedeva anche il volo Doha – Cebu, nelle Filippine. Dicendogli che lui sulle linee aeree della Qatar Airways non avrebbe più messo piede. Nonostante gli oltre i 20 voli e più, fatti sulla tratta Venezia – Manila.

Un dettaglio in più: Carmagnola, per motivi di salute, stava viaggiando in business class. Con un biglietto da 3.000 euro. A bordo c’era pure la moglie. E così il trevigiano ha poi dovuto spendere un altro migliaio di euro per salire su un aereo, il primo possibile, diretto a Manila e di qui decollare per l’isola di Cebu. Dall’inferno al paradiso. La settimana d’inferno di Marco Carmagnola, in cui il lieto fine è stato reso possibile dall’efficace intervento dell’ambasciata italiana, poteva concludersi tragicamente in carcere. Senza i medicinali salvavita ha avuto un malore da cui ha avuto difficoltà a riprendersi, con una successiva crisi epilettica, malore che non lo aveva mai colpito.

Carmagnola racconta: “Sono partito lunedì 25 luglio da Venezia con un volo Qatar per Doha – Cebu, con scalo a Doha e coincidenza, dopo 90’ per Cebu, Filippine. Circa un'ora prima dell'atterraggio a Doha, ho attivato un inalatore a batteria del tutto simile ad una sigaretta che rilascia solo degli aromi non percepibili dagli altri passeggeri e che si vende in una qualsiasi farmacia. Un'assistente di volo lo nota e mi interrompe con modi poco cordiali al che ripongo l'inalatore nel taschino della camicia. Subito dopo l'atterraggio, salgono a bordo agenti della security aeroportuale che mi prelevano consegnandomi alla Polizia che mi sequestra passaporto e biglietto aereo impedendomi inoltre di accedere ai miei bagagli che la mia consorte avrebbe potuto portare a destinazione. Quei bagagli sono a tutt'oggi in qualche deposito dell'aeroporto e contengono inoltre medicinali facilmente deperibili di cui necessito.

All'alba, ammanettato, vengo tradotto in un carcere dove mi rinchiudono in una cella di circa 18 metri quadrati assieme ad altre sette persone le cui accuse andavano dal furto all'omicidio. Mi viene requisito il cellulare prima di un ulteriore trasferimento ammanettati a due a due con manette a snodo con cerniera, in quello che e' a tutti gli effetti un tribunale di giustizia sommaria: nessun interprete, nessuna possibilità di comunicare con l'esterno. Sempre due a due si torna in cella. Chiedo di poter utilizzare un bagno: non ha porte. Mi rinchiudono ancora dietro le sbarre; mi siedo su una panca appoggiando la schiena al muro e socchiudo gli occhi per mantenermi calmo. Dopo poco uno degli occupanti lo spazio angusto, mi da' delle pacche affettuose sulla spalla e con un angloamericano stentato mi dice che posso stendermi per riposare. Ho rifiutato cortesemente, ma altri due si sono alzati per lasciarmi posto sul duro legno. Avro' dormito forse venti minuti, ho di nuovo ringraziato i miei compagni di cella e loro mi hanno offerto una sigaretta. Chiedo alla guardia carceraria un po' d'acqua: “No water, no food...”.

Ho passato la notte in quelle condizioni, senza possibilità di fare una doccia e tanto meno di cambiarmi d'abito. Sotto stress, senza poter assumere i miei medicinali, il mattino dopo ho avuto un malore e sono entrato in crisi epilettica e sono stato ricoverato in un primo ospedale per essere poi trasferito in ambulanza ad un secondo dove sono stato tre notti assistito da medici e paramedici preparatissimi. Il contatto con l'ambasciata d'Italia di Doha e' stato fulmineo: mai avrei immaginato, senza doverlo richiedere, un incontro con la Dott.ssa Tosi, la vice ambasciatrice?, ed una sua collega che sono venute in ospedale ad incontrarmi condividendo ogni mio punto di vista”.

E poi la via crucis come si è conclusa?

“Quando mi hanno dimesso dall’ospedale mi son trovato in libertà. Ho dovuto prendermi così un taxi e sono andato all’aereoporto. Alle 17 arrivo e cerco di recuperare passaporto e biglietto; dopo 45 minuti un graduato della polizia aeroportuale mi consegna il passaporto ed un supervisore della Qatar mi straccia il biglietto davanti agli occhi dicendo: Lei non volerà mai più con noi”. Così ho dovuto spendere poco più di 1750 dollari americani per acquistare un biglietto con un'altra compagnia per la tratta Doha-Cebu via Manila. Conclusione: non ho commesso alcun reato, sono stato trattato da criminale, mi sono stati causati danni fisici e morali, la mia famiglia ha sofferto in modo indicibile: per 4 giorni non ha avuto mie notizie. Ha pensato addirittura che io fossi svanito nel nulla o che mi fosse successo il peggio. Chiedere un risarcimento è il minimo che potrò fare una volta che mi sarò rimesso in salute”.

Marco, una cosa non ho capito: quale è stata la sentenza del tribunale una volta che sei comparso davanti ai giudici di Doha?

“In pratica l'arresto in carcere è durato due giorni ed una notte, senza acqua nè cibo. La sentenza del tribunale non l'ho capita perchè espressa in lingua araba. E lì se non parli arabo sei spacciato. Nemmeno l’inglese mi è servito…”.

Dopo 20 voli con la Qatar Airways ora Marco Carmagnola è finito anche nella black list. Poteva morire in cella, non potrà più volare con la Qatar, il tutto senza un perché. A meno che non sia reato “fumare” una “sigaretta” elettronica che emana profumi e non fumo e che si vende in farmacia. Perché, perché, perché???

Sergio Zanellato

 



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Carlo De Bastiani

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