20 gennaio 2020

Benessere

Ricerca: italiano o inglese? Lingua influenza sintomi e diagnosi neurologiche.

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Ricerca: italiano o inglese? Lingua influenza sintomi e diagnosi neurologiche.

Roma, 14 gen. (AdnKronos Salute) - Italiani e inglesi 'reagiscono' in modo diverso ai disturbi che colpiscono il linguaggio. A fare la differenza è proprio la lingua parlata dai pazienti, che può influenzare il modo in cui si manifestano alcune malattie neurologiche. Ma anche le modalità con cui queste patologie vengono diagnosticate. E' quanto emerge da una ricerca frutto della collaborazione fra il gruppo guidato da Massimo Filippi, ordinario dell'Università Vita-Salute San Raffaele e primario di Neurologia e Neurofisiologia all'Irccs San Raffaele di Milano, e il Centro della memoria e dell'invecchiamento della University of California a San Francisco.

Lo studio, pubblicato su 'Neurology', si concentra sull'afasia primaria progressiva (App, un disturbo del linguaggio caratterizzato da un'alterazione della comprensione o della produzione verbale), in particolare sulla variante non-fluente, e mette a confronto pazienti americani di lingua inglese e italiani. I risultati suggeriscono per la prima volta che i criteri diagnostici per la patologia - selezionati studiando pazienti inglesi - potrebbero non essere ugualmente efficaci per riconoscere malati che parlano altre lingue.

La patologia è dovuta a una degenerazione dei centri del linguaggio nella corteccia cerebrale, in particolare delle aree fronto-temporali sinistre. Tra le sue manifestazioni c'è una variante, chiamata non-fluente, caratterizzata da un disturbo dell'espressione delle parole. Trattandosi di una sindrome neurologica con una manifestazione complessa, non è sempre facile da individuare in modo corretto. Esistono infatti altre varianti dell'App con decorso clinico differenti o altre malattie neurodegenerative, come l'Alzheimer, che possono manifestarsi con disturbi del linguaggio simili.

Arrivare a una diagnosi è quindi spesso un'operazione lunga e difficile, supportata sia da esami strumentali e di laboratorio sia da test neuropsicologici basati sulle capacità di linguaggio dei pazienti. In particolare, questi test si basano sulla ricerca di due sintomi: agrammatismo (la difficoltà di costruire frasi grammaticamente complesse e corrette) o distorsioni fonetiche (la difficoltà a pronunciare correttamente le parole). Basta avere uno dei due sintomi in modo sufficientemente grave per essere diagnosticato come afasico non-fluente.

Nel mirino dei ricercatori proprio i criteri diagnostici dell'App. La scelta dei due criteri diagnostici fondamentali per la diagnosi è infatti il frutto di ricerche condotte su pazienti di madrelingua inglese. "L'italiano è una lingua assai complessa dal punto di vista morfo-sintattico, ma relativamente semplice per quanto riguarda la fonetica. Viceversa, l'inglese presenta frasi più lineari ma con difficoltà di pronuncia evidenti", spiega Elisa Canu, primo autore dello studio. "La nostra ipotesi era che la differenza tra le lingue, non presa fino a oggi in considerazione, potesse creare dei problemi nella diagnosi di questo tipo di patologie".

Così i ricercatori hanno reclutato 38 pazienti affetti da afasia primaria progressiva di tipo non-fluente, di cui 18 madrelingua italiani e 20 madrelingua inglesi. Dopo avere ricevuto una valutazione completa, tra cui esami di laboratorio, di risonanza magnetica (Mri) e Pet con l'obiettivo di accertare la correttezza della diagnosi (che richiede, tra le altre cose, l'esclusione della presenza di placche amiloidi nel cervello e quindi dell'ipotesi di Alzheimer), i pazienti hanno effettuato batterie di test linguistici e neuropsicologici per la diagnosi dell'App.

Il risultato dello studio mostra come, a parità di danno cerebrale dei pazienti inglesi e italiani, i sintomi sono diversi a seconda della lingua parlata: gli inglesi presentano prevalentemente problemi di pronuncia, mentre gli italiani faticano a costruire frasi complesse dal punto di vista grammaticale e sintattico, ma non hanno alcun problema fonetico.

"Lo studio suggerisce, più in generale, la rilevanza delle differenze linguistiche nella valutazione dei pazienti affetti da disturbi neurologici del linguaggio e quindi la necessità di una maggiore attenzione e di nuove ricerche in questo campo - afferma Filippi - Molti dei criteri diagnostici odierni, basati sui sintomi dei pazienti di madrelingua inglese, rischiano di escludere una fetta di pazienti". Lo studio è stato possibile anche grazie al supporto del ministero della Salute.

 



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