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17 novembre 2017

Treviso

Quando il ricordo della verità restituisce dignità

Come ci interroga oggi il dramma dell'esodo istriano e delle foibe?

Davide Bellacicco | commenti |

TREVISO-2785: tanti furono, secondo le stime, gli esuli giuliano dalmati che trovarono rifugio nel trevigiano a seguito dell’invasione titina legata alle vicende ultime del conflitto che fino al 1945 insanguinò l’Europa. In totale furono più di trecentocinquantamila. La Legge 92 del 2004, istituendo il “Giorno del Ricordo” nella ricorrenza della firma del Trattato di Parigi del 1947 con il quale il governo italiano si vide costretto a cedere a Belgrado un ampio territorio in prevalenza popolato da un significativo numero di italianofoni, recupera la memoria di costoro e dei circa 11.000 caduti, vittime del Massacro delle Foibe.

 

A distanza di così tanti anni, oggi si può parlare di un argomento che a lungo ci ha divisi. La guerra era perduta, e le responsabilità di tanta sofferenza le portiamo iscritte in quella XII Disposizione Transitoria della Costituzione che vieta il ripetersi di un’esperienza politica tanto disgraziata. Da un punto di vista formale, oggi dobbiamo laicamente ammettere che per quanto l’idea non ci piaccia, un Paese sconfitto e con ampie responsabilità sa di poter subire mutilazioni territoriali. Oggi ci fa orrore l’idea di dare qualche ora agli italiani giuliano dalmati che non intendessero accettare gli abusi e le repressioni del regime comunista e obiettivamente antitaliano titino, per abbandonare tutto e andar via, prestando attenzione solo a lasciare la chiave di casa nella serratura, e abbiamo ragione, perché non c’è nulla di umano in questo. Va detto che i tempi erano quelli, che una certa sensibilità a capire che non si gioca a Risiko sulla vita delle persone è maturata storicamente dopo (eppure ancora nel 1974 ai greco-ciprioti del nord accadevano vicende per certi versi non dissimili e chissà fra qualche tempo cosa potremmo sapere di ciò che è avvenuto in Crimea o nel Donbass, in situazioni in parte diverse), come bisogna pure rilevare che nelle riconfigurazioni dei confini europei dalla Grande Guerra e fino agli anni ’50 il caso italiano non fu certamente l’unico (quanto dolore a Smirne, o più tardi in Prussia Orientale).

 

Allora come leggere quella pagina di storia che ci colpisce e ci interroga così da vicino? Nel modo che meno ci piace: guardando ai fatti e abbandonando la retorica. E questo significa, da un lato spiegare alle destre nazionaliste che oggi in quelle terre vivono quasi esclusivamente popoli slavi, figli, anzi nipoti di chi le occupò e che non hanno responsabilità come noi non ne abbiamo per le nefandezze del nostro regime, gente che con noi ha scientemente deciso di abbattere delle frontiere in una Europa unita che possiamo solo augurarci non scelga di tornare a calcare l’ideologia dei muri; spiegare, insomma, che no, Fiume o comunque la si voglia chiamare non è Italia per lo stesso motivo per cui Bolzano lo è. Da un lato, dunque, rassegnarci ad una storia che è andata così (ed è amaro, e ingiusto, spiegarlo ai discendenti dei proprietari di quei beni ancora stipati nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste), dall’altro vegliare, perché quando si ricorda perché qualcosa di tragico non si ripeta, si ricorda tutto.

 

Quando ancora il Paese era attraversato da tensioni ideologiche figlie più o meno legittime della Guerra Fredda, quando ammettere un errore poteva significare indebolire la potenza di fuoco contro forze politiche di opposte vedute, di tutto questo non si poteva parlare e, forse, più o meno a tutti conveniva non accendere troppo i riflettori. E la verità è rimasta a metà per troppi anni, fra la realpolitik di chi non teneva ad irritare lo scomodo vicino e il negazionismo ideologico di chi ha creduto che il manicheismo di Guerre Stellari, quello dei buoni contro i cattivi fosse applicabile ad uno dei conflitti più assassini della storia. Ci sono voluti molti anni, poi si è capito che non c’era motivo per erigere barricate, di certo non dopo la fine dell’era dei blocchi. Quando nel marzo 2004 il Parlamento Italiano decise di voltare pagina e ricordare, il consenso fu quasi unanime (vi si opposero i soli Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista; protestarono alcune realtà extraparlamentari e l’ANPI, la cui linea, tuttora immutata, rimase isolata, ma alla fine i contrari al Senato furono solo 15). Persino il senatore DS della minoranza slovena intervenne e votò convintamente a favore: il segno che davvero i tempi erano maturi.

 

Le pagine dei libri di storia (che spesso ancora oggi si affrontano in classe con una certa timidezza, una timidezza ingiustificata, perché bisogna che si impari e anche bene da quegli anni) non restituiranno ai discendenti degli esuli nostri connazionali la terra dei loro padri, né il sorriso di un nonno mai conosciuto, gettato in una buca e barbaramente ammazzato da chi lottava legittimamente per il sacrosanto diritto alla libertà e finendo per scambiare le ideologie per ideali si ritrovò uguale al nemico. Le pagine dei libri di storia oggi ci raccontano la verità e nella verità restituiscono giustizia e dignità. I fatti accaduti ci offrono chiavi di lettura per il presente. Quando leggiamo la paura negli occhi di chi fugge, quando dalla Siria ci giungono quelle notizie che fatichiamo ad elaborare, quando un uomo abbandona il suo quotidiano per avere salva la vita e per ventura lo ritroviamo nostro vicino, prima di ogni considerazione, prima di ogni giudizio, rispettiamo, nel ricordo del dolore della nostra gente, nel ricordo che questo è stato.

 



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Davide Bellacicco

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