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21 agosto 2017

Treviso

Perché tanti suicidi nella Marca?

L'analisi della sociologa Monica Fabris

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TREVISO - Una catena impressionante di suicidi sta scuotendo la Marca Trevigiana. Solo oggi, sono tre le notizie di persone che si sono tolte la vita. Dietro gesti tanto tragici, c’è il male di vivere che in questo tempo di crisi economica e prospettive nerissime ha il volto del lavoro, perso o mai trovato.

Monica Fabris (in foto) è titolare di Episteme, un’agenzia di indagine sociologica che tiene sotto osservazione l’umore della nazione.

Innumerevoli i suicidi nella Marca trevigiana in poche settimane. Come si spiega questo fenomeno?

C’è una negatività generale che, incontrando biografie personali più fragili o problematiche, agisce da detonatore. Siamo passati da una fase di pessimismo, legato alla difficile situazione economica e ad alcune specificità di questa fase storica come la perdita del primato culturale dell’Occidente e l’emergere di nuove aree mondiali destinate a diventare dominanti, ad un vero e proprio disorientamento. Pessimismo e clima da aspettative decrescenti, nell’ultimo anno, hanno lasciato posto all’abbandono di ogni visione, all’assenza di scopi, di prospettive e al senso di impotenza. Tutto ciò porta alla paralisi, che è più del pessimismo.

 

Questo incremento di negatività sociale a cosa è dovuto?

Le aziende che chiudono, i licenziamenti di migliaia di persone, gli esodati, la percezione di crollo del sistema del welfare hanno contribuito ad alimentare un immaginario negativo, da cui è difficile tirarsi fuori. Molti non riescono a trovare dentro e intorno a sé sistemi di reazione e perdono il coraggio di vivere, decidono di farla finita.

 

In questa catena di suicidi, lei rileva un effetto emulazione?

L’effetto virale è riscontrato in letteratura. La propria disperazione trova riflesso in quella dell’altro e scatta la spinta all’imitazione. Si riscontrano spesso catene di suicidi all’interno dello stesso stabile e della stessa comunità.

 

Ci sono dei periodo dell’anno più a rischio?

I mesi di agosto e dicembre, quelli insomma delle ferie o delle vacanze, perché chi è solo sente crescere il senso di solitudine.

 

La maggior parte delle persone che si sono suicidate nell’ultimo mese ha addotto motivi di lavoro.

I motivi economici sono la prima causa di suicidio. A Nordest stupisce ancora di meno che la perdita o la mancanza di lavoro sia il motivo prevalente, perché qui la realizzazione professionale e la vergogna per il fallimento lavorativo è più importante che in altre zone d’Italia, anche del Nordovest. Per i veneti il lavoro è un fattore determinante, prevalente, dell’identità personale. C’è un'altra riflessione da fare: secondo alcuni psichiatri, le tendenze suicidiarie prescinderebbero dalle ragioni e avrebbero a che fare con il male di vivere presente in ogni tempo. Poi ognuno, a questo malessere, dà il nome che meglio si presta a rappresentare questa sofferenza interiore. Non stupisce che nel Nordest, oggi, il motivo addotto sia il lavoro. In altre epoche, in altri luoghi, avremmo trovato magari, come causa identificata, le “pene d’amore”.

 

Come si combatte il male di vivere in un clima sociale così negativo?

In un clima negativo siamo tutti più fragili, anche chi deve aiutare, come i servizi sociali e le istituzioni. La reazione alla sfiducia può passare solo attraverso la riscoperta di relazioni autentiche con gli altri. Siamo abituati a vedere gli altri come mezzi, da prendere e lasciare secondo una logica utilitaristica, di consumo. Riscoprire l’autenticità delle relazioni è la prima dose massiccia di anticorpi contro il male di vivere e la depressione sociale. Quando si sta male e ci si trova da soli è facile pensare di farla finita. Quando si sta male ma si hanno intorno persone che ci attribuiscono valore indipendentemente dal nostro status sociale o dal nostro successo, queste costituiscono una motivazione vera e forte alla reazione. Relazioni così vere però vanno costruite investendo tempo ed energie.

 

Altre ricette?

Allenarsi al cambiamento, a vivere “non protetti”. La crisi è generale, sistemica, di certezze. Bisogna imparare ad abituarsi a questo nuovo corso delle cose. Imparare, anche, a chiedere aiuto quando si è in difficoltà.

 

Francesca Nicastro

 

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