13 dicembre 2019

Treviso

Osservatore ONU della S.Sede a Treviso: costruire la pace fra magistero e diplomazia

Al via la Settimana Sociale dei Cattolici Trevigiani

Davide Bellacicco | commenti |

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settimana sociale dei cattolici trevigiani 2015

TREVISO-Secondo l’UNHCR, più di duecentomila siriani hanno perso la vita negli scontri in atto dal 2011. Sceglie di partire da un dato oggettivo mons. Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, per illustrare il ruolo della Chiesa nella diplomazia internazionale. L’occasione è la prima serata della Settimana Sociale dei Cattolici Trevigiani, la nota e fortunata kermesse organizzata dall’Azione Cattolica in collaborazione con la Scuola di Formazione Sociale e Politica Partecipare il Presente, il settimanale diocesano Vita del Popolo, l’Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro e l’Istituto Toniolo, giunta alla ventinovesima edizione. Tema di quest’anno: Schegge di guerra, semi di pace.

«Il magistero della Chiesa è il magistero della solidarietà, una solidarietà che incarna il messaggio di Gesù di amore verso il prossimo. La solidarietà non è e non può essere solo un sentimento, ma rappresenta una determinazione ferrea che viene direttamente dal Vangelo», dice Tomasi, che precisa: «Questa proposta solidale della Chiesa non è in opposizione al rispetto della sovranità degli stati, ma tale concetto di sovranità oggi va definito, va chiarito, poiché un fruttuoso rapporto di complementarietà è possibile se affidiamo al termine sovranità un senso diverso da quello strettamente nazionalista».

Il diplomatico, particolarmente di casa a Treviso, giacché originario di Mussolente e Vescovo dell’antichissima sede titolare di Asolo, cita anche i numeri dell’impegno delle parrocchie italiane all’accoglienza, sottolineando come, ad oggi siano ospitati oltre 15.000 profughi, con un potenziale che può raggiungere le 400.000 persone nelle strutture parrocchiali di tutta Europa che si stanno attivando in queste settimane per la ricezione. Mons. Tomasi riflette anche sulle reazioni della comunità internazionale al tragico stato in cui versano Libia e Siria, richiamando la cosiddetta responsability to protect, la possibilità di ciascun Paese di intervenire anche in autonomia a difesa delle popolazioni civili oggetto di vessazioni e finalizzata a prevenire il consumarsi di genocidi o di situazioni di privazione dei diritti fondamentali. «Certamente, occorre una visione assai lungimirante per non ricadere negli errori commessi da Regno Unito e Francia in Libia o dagli Stati Uniti in Iraq». Con ciò ammette anche un periodo di grande debolezza delle Nazioni Unite, che, a suo giudizio, ritroverebbero la dovuta centralità solo con una seria riflessione sulla democrazia interna (vedi potere di veto di soli cinque stati).

In apertura, significativo il ricordo da parte dell’Arcivescovo Gardin delle parole pronunciate lo scorso anno da Papa Francesco a Redipuglia quando il Santo Padre ebbe a soffermarsi su quell’«A me che importa?» che più o meno consapevolmente insidia i pensieri dell’uomo quando con le sue azioni o, molto meno di rado, con i suoi silenzi, mostra disinteresse per le vicende del suo prossimo.

Una legge non scritta del giornalismo, d’altronde, sostiene che l’interesse per la notizia, specie se caratterizzata dalla narrazione di circostanze drammatiche, scema in modo direttamente proporzionale alla distanza della medesima con il lettore. Questo già di per sé rispecchia e conferma il diffuso senso di distacco nei confronti di situazioni di sofferenza lontane, ma non può giustificare anche analoghe reazioni a fatti a noi vicini che riguardano l’altro e che in qualche modo dovrebbero interpellarci. Le diffuse reazioni , talvolta scomposte, aventi ad oggetto non tanto la legittima critica politica alle scelte organizzative, quanto il migrante-persona, che giunge qui con la sua storia sono tristemente emblematiche del fenomeno.

A margine dell’incontro, mons. Tomasi concede una breve intervista al nostro quotidiano, sulla situazione geopolitica e sulle azioni in atto per il ripristino della pace che riportiamo per intero.

Eccellenza, in forza della sua esperienza di diplomatico di lungo corso, ritiene ancora sussistenti i margini per una composizione della crisi siriana che, come auspicato da Papa Francesco, non sia di carattere bellico?

Le Nazioni Unite si stanno adoperando per una soluzione pacifica. Confermo le indiscrezioni di queste ore secondo cui è in corso un tentativo di accordo fra USA e Russia con il coinvolgimento delle potenze regionali. L’idea che stiamo cercando di perseguire è la costituzione di un tavolo di trattative con il governo legittimo di Bashar Al Assad e le forze ribelli e che possa fermare le stragi. Stiamo lavorando alacremente e da tempo, per cui posso assicurare come non vi sia una corrispondenza fra l’operato dell’ONU e la presunta inerzia della stessa desumibile da una immagine mediatica più defilata. Resto ottimista ma la situazione è in evoluzione. Da parte nostra possiamo solo pregare per un momento tanto cruciale

Ipotizziamo che non si riesca a raggiungere l’auspicato compromesso. Nel corso della sua prolusione ha fatto cenno alla possibilità, più volte esercitata, di inviare nelle zone di conflitto i caschi blu a difesa dei civili e per evitare gli scontri. Esistono ad oggi le condizioni per la costituzione di una forza internazionale di interposizione che, per evitare la strumentale lettura dello scontro occidente contro mondo musulmano che potrebbe ancora una volta derivarne a nostro danno, possa coinvolgere se non proprio essere guidata da Paesi islamici che si oppongono all’ISIS?

Chiariamo un concetto: L’ISIS è una organizzazione terroristica composta da gente che, per quanto fondamentalista, si professa islamica ed opera sul territorio di Paesi islamici. Certamente anche i Paesi mediorientali non apprezzano la situazione in essere ma, secondo gli schemi della diplomazia internazionale, essi non attaccheranno mai dei loro fratelli, almeno non assieme alle potenze occidentali. Esiste da parte loro una sorta di resistenza ad agire con noi, alleandosi con noi in ragione di un nemico comune che è tale solo secondo la nostra ottica. Per loro si tratta di una faccenda interna al mondo islamico e un nostro contributo viene ancora letto come un’ingerenza. La lettura dello scontro di civiltà è più viva in alcuni stati mediorientali che da noi che invece siamo più portati a rimuovere gli steccati e questo non aiuta la collaborazione.

Appuntamento questa sera, ore 20.30 per il secondo dei quattro incontri. Angelo Romano, responsabile relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio guiderà la platea nella disamina sul ruolo delle religioni negli attuali scenari di guerra, interrogandosi sul loro portato valoriale a sostegno della pace. Un altro contributo per offrire, come non ha mancato di rimarcare il Presidente dell’Azione Cattolica Diocesana , Zoccarato, «spazi di meditazione serena, utili all’affacciarsi di tempi nuovi che ci inducono a ricercare una rinnovata cultura umana».

 



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Davide Bellacicco

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