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13 novembre 2018

Oderzo Motta

"Ma vi siete arrabbiati con il Piave?"

Viaggio a Salgareda tra i residenti della Golena. Il racconto della notte del 30 ottobre

Alberta Bellussi | commenti |

Luciana Nan

SALGAREDA - Faccio un giro nella golena del Comune di Salgareda così fortemente colpita dalla piena, insieme all’assessore, Carmela Polinedrio, a incontrare chi, da questo disastro, ha perso tutto.

L’Amministrazione è sempre stata presente e vicina agli alluvionati e sta operando per dare loro sostegno e aiuto.

Le case, circa una ventina, hanno il segno dell’acqua fino a metà del primo piano; questa piena è stata la più grande che gli abitanti della golena ricordano. Nel ’66 l’acqua non era arrivata al primo piano e le due piene del 2010 erano state molto più basse.

I giardini, gli orti, i campi, le siepi, gli alberi, le vigne sono quasi “impanati” in un fango grigio e solido quasi come il cemento. Il paesaggio è triste, si respira ovunque il disastro; nei mucchi di mobili rovinati che attendono i camion che vengano a raccoglierli per portarli in discarica; nelle case svuotate di tutto: di cose ma anche di ricordi, che trasudano l’umido dell’acqua del Piave dai muri e odorano di muffa e nei vestiti, salvati, appesi ovunque per poterli asciugare e avere qualcosa della propria vita passata.

Entro in casa di Luciana Nan, una bella signora di 75 anni a cui la piena ha portato via tutto e non solo a lei anche nelle case dei figli lì nei dintorni. Mi fa entrare nella sua casa svuotata di mobili, di ricordi della vita vissuta con il marito che da poco non c’è più. Mi mostra il letto matrimoniale distrutto e la voce si emoziona quasi come fosse il simbolo di tanti anni di vita che se ne vanno. La commozione prende anche noi. La casa ha i muri puliti perché Luciana con l’aiuto dei figli ha tolto tutto il fango, appena sono riusciti ad entrare ma umida; con molta dignità si scusa quasi di avere la casa messa così.

Luciana è una donna che, nella vita, ne ha passate di tutti i colori ma non si è mai abbattuta, si è sempre data da fare e anche questa volta lo sta facendo; nasconde i momenti di cedimento con la grinta di una donna che ha tirato avanti una famiglia con quattro figli e ora il suo pensiero sono loro e le loro famiglie. La forza per reagire e andare avanti la trova in loro… è una matriarca.

Luciana è arrabbiata con il Piave?

"No! vivo nel Piave da tantissimi anni e amo questo fiume e tutto ciò che ci regala. Sono arrabbiata con gli uomini che non hanno capito che del Piave ci si deve prendere cura con costanza e con una manutenzione continua. L’alveo del fiume qui davanti a noi era pieno di isole di ghiaia e di alberi che intasano il suo fluire. Sicuramente questa circostanza è stata eccezionale ma una seria manutenzione del fiume, io credo, avrebbe avuto effetti meno devastanti. Ricordo che sono passati molti anni, quando l’allora Ministro Matteoli in una riunione pubblica ci mostrò i progetti per dei bacini di laminazione per evitare piene così drammatiche nel Piave ma poi nulla si è fatto".

Cosa ricorda di quella notte?

"Ero sopra l’argine, avevamo tutti lasciato la casa sollecitati anche da un’ordinanza del sindaco e dalle forze dell’ordine presenti per la pericolosità del momento. Ero lì con il vigile che ci è sempre stato vicino; impaurita e disperata a guardare la mia casa che veniva sommersa dall’acqua. Prima il piano terra e poi anche il primo piano dove vive mio figlio con la sua famiglia e due bambini. L’acqua continuava a salire erano le quattro di notte; era a trenta centimetri dal tracimare dall’argine.

Lì sarebbe stato davvero un disastro che avrebbe invaso tutto il paese di Salgareda, poco più avanti verso Romanziol si era aperto anche un fontanazzo che ha creato allarme e tensione ma fortunatamente è andata bene. Il fiume, quella notte del 30 ottobre, aveva un rumore sordo quasi un sibilo altissimo, un lamento. Il vento soffiava forte ma la cosa che più mi ha impressionato erano le onde altissime del fiume che il mare non riceveva, a causa del forte scirocco, che cozzavano contro la casa e contro l’argine. L’acqua aveva una forza enorme ha spazzato porte, finestre, infissi, mobili… tutto ciò che ha trovato lungo il suo incedere senza nessuna pietà per noi".

Luciana cosa ha perso?

"Ho perso tutto. Se pensa che l’acqua questa volta è arrivata al primo piano e per farla scendere abbiamo dovuto bucare il soffitto. Abbiamo dovuto staccare tutto le prese e i lampadari per evitare il peggio. I battiscopa si sono staccati, i mobili si sono distrutti, i divani e le poltrone impregnati di quel fango denso come il cemento, gli elettrodomestici, la caldaia tutto da buttare.

Ci vogliono anni e anni perché i muri e i pavimenti si liberino di tutta l’acqua di cui si sono imbevuti. Era da poco che nelle case non si sentiva più l’umidità della piena del 2010. Ora chissà quanto ci vorrà?

In questi giorni, noi abitanti della golena, camminiamo per chilometri, avanti per cercare ciò che l’acqua ha portato via e a volte troviamo le nostre cose in mezzo ai campi, ai vigneti, sopra le siepi. Sembra una cosa assurda ma è così".

Andrebbe a vivere fuori dalla golena?

"Vivo qui da tantissimi anni e non ho alternative, quì ho la casa ma se potessi, dopo questa distruzione, andrei a vivere fuori perché qui ora è proprio difficile e faticoso".


Ci inoltriamo verso il fiume, sulla strada che porta alla Casa delle Fate, dove visse Goffredo Parise, c’è fango ovunque, i piedi sprofondano in una sorta di sabbie mobili.

Parlo con Bruno e la moglie che sono disperati perché anche loro hanno perso tutto. Bruno ha sempre vissuto nel Piave, ricorda tutte le sue piene ma mai una cosa del genere.

Lui ama il Piave visceralmente, mentre la moglie se ne andrebbe via subito, lui non accetta l’idea di lasciare la sua casa di sempre. Ora è tutto da sistemare…le maniche se le sono già rimboccate per salvare le loro cose e le loro case; l’Amministrazione sta procedendo con le iniziative e le azioni che le competono; molti gruppi di volontari, a vario titolo, stanno cercando di aiutare gli alluvionati.

Speriamo davvero che, come è accaduto per il Bacchiglione, anche per il Piave si faccia una programmazione di interventi per evitare che questi eventi sfocino, di nuovo, in conseguente drammatiche.

 



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Alberta Bellussi
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