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26 giugno 2019

Politica

Europee senza simbolo Pd? Calenda: "Pronto a candidarmi"

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Carlo Calenda è soddisfatto dalla proposta di Nicola Zingaretti che avanza la possibilità di una lista aperta alle Europee con la disponibilità a rinunciare al simbolo del Pd per un progetto aperto. La disponibilità del governatore del Lazio di una lista unitaria alle Europee senza il simbolo dem è un passo verso il suo Fronte Repubblicano? "Sì", risponde secco Calenda all'AdnKronos.

Zingaretti quindi è sulla strada giusta? Sarebbe disponibile a impegnarsi in prima persona, da candidato, in questa lista? "Rispondo di sì ma al momento - sottolinea l'ex ministro - non voglio dire di più". La questione del simbolo è "secondaria" specifica Calenda. Che ci sia o meno il simbolo del Pd o di altre formazioni, quello che conta è che si arrivi a costruire "una lista unitaria delle forze europeiste". "Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle elezioni europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste", spiega ancora. Quindi puntualizza: "La questione se insieme al nome della lista rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona".

RICHETTI - Per Matteo Richetti, il tema dei confini del Pd è stato già affrontato nella mozione congressuale con cui è candidato, in ticket con Maurizio Martina, alle primarie nazionale. Per questo definisce la proposta di Zingaretti "un punto aperto sul quale abbiamo già dato ampia disponibilità". Oggi "la scena politica italiana e internazionale richiede davvero una ripartenza che segni anche un nuovo inizio, anche sulle forme della politica. E' un percorso che non si chiude il 26 maggio, ma le europee sono una tappa fondamentale e anche lì va messa in campo la disponibilità a costruire qualcosa di più largo del solo Pd". Il senatore dem, rintracciato dall'AdnKronos nel corso del suo 'tour' congressuale, parla della necessità di dare via a "uno spazio di coinvolgimento più ampio del solo Pd, a partire dalle europee, dove è fondamentale unire tutti coloro che fanno dell'europeismo e della democrazia un riferimento contro chi sta posizionando l'Iitalia contro e fuori dall'Ue, indebolendone democrazie e istituzioni". Richetti parla quindi di "grande interesse sulla proposta di Calenda, sul movimento 'Facciamo rete' di Becchetti e Magatti. Ma, oltre alle europee, c'è una riflessione che dice si vada verso la prossima Assemblea del Pd eletta alle primarie come Assemblea costituente di qualcosa di più ampio, di un grande movimento dei democratici italiani". In questa cornice, nel ragionamento di Richetti affrontare il tema del simbolo del Pd è una naturale conseguenza: "Come con l'Ulivo, nel dare forma alla coalizione ci fu una gradualità anche rispetto alla presenza dei partiti. Credo si possa immaginare un simbolo nuovo che contenga le forze politiche che lo compongono ma non solo, anche movimenti e dinamiche associative. Ma il simbolo va di pari passo con il progetto: se il progetto è nuovo e ampio, sarebbe improbabile pensare a non modificare e innovare la forma oltre che la sostanza".

MARTINA - “Io mi candido alla guida del Pd perché penso che non ci possa essere alternativa a Lega e Cinque stelle senza questa comunità - dice Maurizio Martina - Per le europee, che coincideranno tra l’altro anche con il voto in tanti comuni, dobbiamo promuovere una lista aperta che si rivolga ai tanti democratici e riformisti che vogliono battersi per la nuova Europa". Per Martina "non si tratta di rinunciare al simbolo Pd ma di concorrere a una proposta più larga. So che Carlo Calenda insieme a tanti altri sta lavorando a un Manifesto di progetto e guardo con molto interesse a questo sforzo. Aspettiamo di conoscerne i contenuti ma è di certo una prospettiva interessante”.

BOCCIA - "Prima di parlare di liste dobbiamo capire quali sono i valori con cui il Pd esce dal congresso. Le liste si fanno sui valori". E quelli di Francesco Boccia guardano a sinistra. "Per capirci: una cosa è En Marche. Un'altra è una nuova alleanza sociale", dice all'Adnkronos il candidato alla segreteria dem oggi in Calabria per la campagna congressuale. Su Nicola Zingaretti e la sua proposta di una lista per europee aperta tanto da ipotizzare anche di mettere da parte il simbolo Pd, Boccia osserva: "Il problema non è se facciamo una lista, ma per cosa la facciamo. Se è per unire o se è per prendere qualche voto in più con quelli che poi il giorno dopo si dividono da noi, non ha senso". E sul simbolo: "Non lo so, vedremo. Il simbolo del Pd e quello dell'Ulivo ce li ho nel cuore". "Io voglio aprire il Pd, il mio è un Pd a porte aperte. Detto questo - argomenta - se mettiamo in campo una lista unitaria, come ai tempi dell'Ulivo, dobbiamo intenderci per fare cosa. Se chi viene ha la nostra visione sull'economia sostenibile, sul no al Jobs Act, sulla scuola aperta a tempo pieno stiamo parlando della stessa alleanza politica. Se invece vengono da noi quelli che hanno una visione diversa allora stiamo parlando solo di un cartello elettorale e io non sono d'accordo".

MARCUCCI - Secondo il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, "per le europee dobbiamo mettere in campo l'alleanza più larga possibile e mettere insieme i liberali, i progressisti, gli ambientalisti e tutti coloro che vogliono un'Europa aperta, competitiva e solidale". "Dobbiamo battere lo schieramento di Salvini e Kaczinski e l'armata Brancaleone che sta costruendo Di Maio - sottolinea all'Adnkronos - Le elezioni europee rischiano di rappresentare uno spartiacque decisivo: deve essere la nostra priorità".

SONDAGGISTI - Sull'ipotesi di un cambio si trovano d'accordo anche i sondaggisti. "Può essere accantonato per le europee e anche sostituito" ma "si tratta di una operazione che può funzionare solo se la leadership del partito diviene forte e autorevole" dicono. L'apertura di Zingaretti non sorprende quindi i sondaggisti interpellati dall'AdnKronos. Per Renato Mannheimer, sul simbolo, sul cambiamento, non ci sono più i rischi di prima: "Una volta - sottolinea il fondatore di Ispo - nella prima repubblica, il simbolo era essenziale" con gli "elettori che votavano il simbolo più che il leader". Quindi "cambiarlo - sottolinea l'analista - sarebbe pericoloso ma non disastroso" visto che oggi "conta più il leader". E "se Zingaretti fosse capace di assumere una leadership forte, la cosa potrebbe andare" ma "bisogna veder che progetto c'è dietro", conclude Mannheimer.

Per Maurizio Pessato di Swg, "la cosa si può fare e potrebbe avere senso" ma certo "bisogna vedere se c'è tempo, se trovano accordo nel Pd, se si arriva a una proposta condivisa". E "si deve vedere se si sposta poi il problema dal logo, dal simbolo alla proposta politica ampia". Ma "per funzionare all'interno del Pd non deve esser vista come una cosa che faccio 'io contro di te' o 'tu contro me'". Di certo, il cambio di simbolo "è una cosa che in funzione del voto europeo potrebbe essere una strada da intraprendere, mentre la vedo più difficile sul piano nazionale" sottolinea il sondaggista di Swg. "A favorire questa svolta potrebbe essere il fatto che il 26 maggio si vota con il proporzionale e non si vota per il governo nazionale, diminuendo così la necessità di mostrare una identità forte, come forza politica". "La questione è semplice: se si tratta di costruire un fronte allargato, se l'idea del cambio di simbolo presuppone questo fronte nuovo, come sembra, allora è una cosa che va bene", dice Luca Comodo di Ipsos. "La leadership è importante e centrale, ci deve per questo essere una certa capacità di Zingaretti, ammesso che sia lui il vincitore delle primarie".

 

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