14 dicembre 2019

Treviso

Europee: che aria tira a sinistra

Davide Bellacicco | commenti |

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Europee: che aria tira a sinistra

Il centro-sinistra, tramontato l’astro renziano (il Sole tramonta ma continua a condizionare il movimento della Terra), tenta di riassemblare i cocci di un elettorato andato in frantumi già prima del 4 marzo, con la scissione della sinistra bersaniana di MDP. Il leitmotiv di questi giorni vuole la presentazione di una lista unica delle forze progressiste ed europeiste, dove, a seconda del leader che richiama la questione, si pone l’accento più sul primo o sul secondo aggettivo. La differenza sta tutta là: se, per la prima volta dalla sua fondazione il Partito Democratico, come sembrerebbe, non presenterà il simbolo per dar vita ad una lista più ampia, si tratterà di capirsi su chi includere e chi no nel progetto. Il pallino, forte dello sbarramento al 4%, ce l’ha il PD: le altre forze non avrebbero chance correndo in solitaria e proprio nella volontà di non disperdere quei voti trova senso l’idea di un listone unico, non certo nell’idea di un nuovo Ulivo che, aggregando, risulterebbe premiale solo col maggioritario, laddove col proporzionale non c’è nessun avversario da sconfiggere. Una cosa è, però, includere MDP, il Partito Socialista e magari i Verdi, altro è aggregare alla causa ciò che residua dell’esperienza cattolico democratica di Dellai e Lorenzin (qualcuno ricorderà quanto Zingaretti osteggiò l’ipotesi di avere Civica Popolare in coalizione alle ultime Regionali nel Lazio), altro ancora è coinvolgere persino +Europa, dato oggi attorno al 2.5% e dal profilo tenacemente liberale dato dall’apporto dei Radicali e vagamente amoreggiante con Calenda e amici.

 

L'enigma + Europa

Va detto, proprio circa +EU che, astrattamente, non sarebbe così scontato un loro insuccesso alle europee che li confermi al di sotto della soglia, dato il posizionamento del brand che guarda dritto negli occhi l’elettore europeista senza ma, sicché anche il potere negoziale nei confronti dei democratici, in questo caso sarebbe diverso. D’altronde il proporzionale puro delle europee, da quell’irripetibile 8,45% della tornata del 1999, ha sempre mostrato le liste radicali in gran spolvero, almeno rispetto alle molto esigue percentuali delle altre chiamate alle urne.

 

Europee e prospettive congressuali

Molti interrogativi saranno dissipati dal Congresso PD: il profilo e la storia politica di Zingaretti, che per ora è dato per vincente ma fino alle primarie chissà se riuscirà a mantenersi sopra il 50% nei sondaggi, lasciano intuire uno scivolamento a sinistra del partito che, per la verità, sta preoccupando, fra un tweet e l’altro, diversi esponenti di primo piano della Margherita che fu, non proprio entusiasti di una diluizione ulteriore del popolarismo fra una nuova maggioranza ex socialcomunista e una minoranza liberal. Il punto è quanto un segretario riferibile a quell’area possa realmente fare del PD un nuovo vecchio PDS e quanto, invece, risulterà imbrigliato da gruppi parlamentari in massima parte legati all’area fu renziana e ora martiniana e dalla scissione di Renzi e Calenda che si concretizzerebbe un attimo dopo le aperture a sinistra.

Anche in questo sta il senso del listone unico progressista richiesto a gran voce pure da una Laura Boldrini che prima di Natale ha inaugurato la sua Futura: tecnicamente nessuno entra nelle liste PD da sinistra, ma è il PD a entrare in una lista con tutti dentro: insomma l’idea di fronte unito repubblicano che il già ministro dello Sviluppo Economico paventa da tempo e che, infatti, lo vede molto entusiasta dell’ipotesi di addio (temporaneo?) al simbolo.

Sembrerebbe che si punti a sfondare la soglia psicologica del 20% e, se l’indiscrezione riportata da diversi quotidiani corrispondesse al vero, ne risulterebbe che la dirigenza dem dia per scontato che non si verificherà l’effetto attrattivo di voti grillini ingenerato dalla lista progressista e che costituisce anche la scommessa per il futuro del PD secondo Zingaretti, puntando, invece, ad accontentarsi di una somma algebrica (che in politica non funziona mai) delle percentuali dei partitini con il 17-18% del PD.

 

Una lista, diverse famiglie politiche

Il progetto presenta, inoltre, un vizio di sostanza non proprio trascurabile: i partiti nazionali afferiscono, in genere, a partiti europei e gli europarlamentari, una volta eletti, si riuniscono in gruppi composti da uno o più esponenti dei partiti europei. Il cortocircuito si genera quando realizzi che non tutto il centro-sinistra italiano è legato al Partito Socialista Europeo e che gli ex alfaniani stanno col PPE, +Europa con i liberali dell’ALDE e i Verdi con i Verdi Europei. Le idee sono diverse, a volte antitetiche, taluni sostengono l’attuale Commissione, altri no e diverse saranno anche le chance di far parte della maggioranza nuova e la disponibilità ad allearsi con certi altri gruppi. Insomma, l’elettore si ritroverebbe ad apporre la croce su una lista senza sapere che ne sarà del suo voto, ma fa parte di quelle distorsioni ingenerate dalla fatica a cambiare passo e a presentarsi ai cittadini, almeno per le elezioni europee, con i simboli delle forze politiche sovranazionali che gli eletti andranno ad alimentare. Non sarebbe la prima volta: alla nascita del PD, gli europarlamentari DS restarono nel PSE e quelli provenienti dalla Margherita, nel Partito Democratico Europeo (che esiste ancora ma è ridotto al lumicino dopo l'addio dei rutelliani, ma non di Rutelli che presiede tuttora la formazione politica). Ancora prima, soluzioni analoghe furono occasionate dalla lista unica dell'Ulivo nel 2004.

 

La sinistra radicale

Un’ultima nota, sempre per restare, per ora, al quadro nazionale, la riserviamo alla sinistra radicale: l’ulivismo di Possibile si scontra con la constatazione di un PD che non può portare indietro le lancette della storia fingendo che l’epopea renziana non sia mai esistita, sicché ci sono dubbi circa una loro disponibilità a lasciarsi coinvolgere nel progetto del listone. Stesso discorso per Sinistra Italiana, orfana dell’esperienza di Liberi e Uguali: si può dire, anzi, che proprio questo discrimine abbia segnato la differenza con i cugini di MDP e il conseguente collasso del progetto di Grasso.

Ad oggi non è chiaro se e come i movimenti di De Magistris e di Potere al Popolo, relativamente fresco dell’abbandono di Rifondazione Comunista e dalle chance di superamento della soglia estremamente in forse e vincolate ad un rassemblement alla sinistra dei democratici che a queste latitudini rasenterebbe il miracoloso, possano coinvolgere anche SI (in un referendum fra gli iscritti di PAP non si è raggiunto il quorum del 66% per decidere sulle alleanze ma è emersa la prevalenza della linea favorevole alla corsa solitaria), o se un eventuale nuovo corso zingarettiano possa risultare davvero così convincente da indurre un’inversione così decisa della direzione politica intrapresa. 

 

Del resto siamo solo a gennaio: si dovrebbe votare il 26 maggio, sicché le liste andranno consegnate tra il 16 e il 17 aprile e in mezzo c’è uno dei tanti appuntamenti congressuali rigorosamente da viversi in stile il più possibilmente fratricida. Per litigare, insomma, c’è tutto il tempo.

 



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Davide Bellacicco

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