12 dicembre 2019

Vittorio Veneto

La diga di Longarone come una lapide

Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22,33 minuti: la tragedia nel ricordo di una maestra di Longarone

Emanuela Da Ros | commenti |

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Il maestro Paolino De Bona con la moglie e le sei figlie

LONGARONE - Il mattino del 9 ottobre 1963, su Longarone splende il sole. E’ un ottobre particolarmente temperato quello che vivono i 4.500 abitanti del comune. L’aria è tersa, la temperatura mite e il cielo è di un azzurro immacolato. Dopo l’estate, appena trascorsa, molti longaronesi hanno salutato con un po’ di nostalgia il paese: hanno abbracciato i genitori anziani; qualcuno ha lasciato i figli ai nonni: “Meglio che crescano qui, almeno saranno accuditi, controllati, visto che noi si lavora tutto il giorno”. Molti longaronesi nel 1963 sono emigranti e, dopo aver passato le ferie a casa, sono tornati a lavorare in Germania, Francia, Olanda, Belgio.

Parecchi di loro sperano comunque che quell’emigrazione forzata stia per finire. Che il distacco dagli affetti, dagli amici, dall’abbraccio delle montagne, non sarà presto che un ricordo. Perché Longarone, nel 1963, è un comune più vivo che mai: il lavoro cresce di giorno in giorno, vengono create nuove fabbriche (di legname, di faesite, di cartone) che richiamano operai da fuori; vengono edificate case, costruite nuove strade. Il piccolo centro montano, all’alba degli anni Sessanta, si fa notare per vitalità imprenditoriale, tanto che qualcuno l’ha ribattezzato “la piccola Milano della provincia”.

 

Il maestro Paolino. La mattina del 9 ottobre 1963, Longarone è animata anche dalle voci dei bambini. La scuola è iniziata da 9 giorni e i 193 bambini delle elementari sono stati suddivisi in undici classi, affidate a undici maestri. La mattina del 9 ottobre, nel corridoio della scuola, prima del suono della campanella, le chiacchiere sono le solite: il programma da svolgere, le marachelle combinate da quell’allievo che sembra indomabile, il calcio (quella sera le poche tivù dei bar del centro trasmetteranno la partita Glasgow - Real Madrid). Qualcuno, distrattamente, accenna anche a quella diga che dopo sei anni di lavori sta lì a dominare il paese. E la maggior parte della gente non sa se essere orgogliosa di quell’opera di ingegneria (la diga del Vajont è la più alta del mondo a doppia curvatura), dar retta alle voci troppo allarmistiche, ai segnali del paesaggio (cosa sono quelle fenditure che si sono formate lungo le strade? e quella frana sul Monte Toc, con quel profilo a emme, se ne starà ferma e buona? mah!), o se cacciare quell’inquietudine (magari è infondata) che ciascuno ha in fondo all’anima. “Se la diga dovesse cedere – afferma preoccupato il maestro Paolino De Bona, prima di entrare in classe – io sarei il primo ad andarmene”.

 

Paolino De Bona (a cui è dedicata l’immagine allegata) ha una moglie e sei figlie. La sera del 9 ottobre 1963, alle 22 e 39 minuti, la sua casa, la sua famiglia vengono travolte dall’acqua del Vajont. Il corpo del maestro Paolino De Bona verrà trovato alcuni giorni dopo, nel fango. Senza testa. L’unico dettaglio che riuscirà a dare un nome a quel corpo è una fede nuziale sull’anulare. Insieme a Paolino De Bona, il Vajont ucciderà suo fratello Elio, la moglie e i suoi due bambini. La madre di Paolino e Ennio, che si era salvata dal disastro perché era a Castellavazzo, sopravviverà ai figli e alle loro famiglie per qualche mese. Poi morirà di dolore.

Il maestro Gugliemo. A raccontarci com’era Longarone, 50 anni fa, a regalarci le foto che corredano queste righe, a testimoniare la tristezza, la disperazione dei giorni successivi alla catastrofe è Teresa D’Incà, una degli undici maestri che insegnavano alle elementari di Longarone nell’anno scolastico 1963/64, una delle sopravvissute. Teresa D’Incà, autrice – tra gli altri – del prezioso volume Din Don, le campane de Longaròn, edito nel 2003, oggi vive a Trichina, a un paio di chilometri dalla Casa sulla Marteniga, in cui era cresciuta Tina Merlin. La giornalista (voce per lo più inascoltata) che dalle pagine dell’Unità, nei mesi precedenti la catastrofe, aveva cercato di avvisare la comunità, la nazione, del probabile disastro. Teresa D’Incà non ci racconta solo la storia di Paolino De Bona. Ricorda – con affetto vigile – un altro collega: Guglielmo Panciera. “Panciera – spiega la maestra D’Incà – era stato un partigiano, con la passione della scrittura, tanto che, nel 1948, aveva pubblicato “I racconti dalla baracca”. Aveva un’affabilità particolare e un innato senso dell’umorismo caratterizzava i suoi scritti: profeticamente, 15 anni prima che accadesse, aveva descritto il Vajont. In una “Concione sindacale” letto in occasione di una delle tradizionali Feste degli alberi, che si svolgevano a Longarone, Panciera aveva descritto, con aderenza a una realtà apparentemente inverosimile, un’inondazione immaginaria, precisando (qualche mese prima del disastro) che “se non s’ciopano le spine dei seceri, inondazioni a Longarone non se ne vedranno più”. Non sapeva, il maestro Panciera, che invece se ne sarebbe vista una dagli effetti terrificanti, che avrebbe coinvolto lui stesso, la sua famiglia, tanti suoi alunni, tantissimi suoi concittadini e abitanti dei paesi vicini”.

Gli insegnanti della scuola elementare di Longarone: da sinistra Guglielmo Panciera, Renato Tormen, Teresa D'Incà, Vincenzo De Villa, Paolino De Bona, Beppina Laveder, Antonietta De Biaso n. Candiago, Antonietta Bratti, Maria Pais

I bambini della diga. Teresa D’Incà aveva 28 anni nel 1963. Era il secondo anno che insegnava alle elementari di Longarone e le era stata assegnata una quinta femminile (all’epoca, le classi erano distinte in maschi e femmine). Delle 23 alunne segnate nel suo registro personale, dopo la sera del 9 ottobre, ne sopravvissero sei. Dei 195 scolari di Longarone, 42 tornarono a scuola dopo il disastro. Alcuni di loro, alcuni dei bambini della diga, furono sepolti nel cimitero di Fortogna. Altri, ancora oggi, sono stati ricordati da una croce, ma i loro corpi non sono mai stati trovati. “Quando la “diga ha gridato”, la maestra Maria Pais (che, dopo la catastrofe è stata a lungo ricoverata in ospedale), aveva pensato che la terra fosse uscita dall’orbita e che tutta l’umanità fosse in pericolo. Invece a perire era solo Longarone”.

Teresa D’Incà ricorda che il 9 ottobre 1963 cadeva di mercoledì e che, otto giorni dopo, il mercoledì successivo, la scuola aveva già riaperto i battenti. “Il municipio e la scuola elementare - spiega – sono stati i due edifici che in qualche modo hanno segnato una linea di demarcazione tra la devastazione dell’onda e la salvezza. L’acqua li ha colpiti solo in parte: la mia aula che si trovava al primo piano ha visto l’acqua arrivare al soffitto. La bidella Rosetta D’Incà che abitava nell’edificio con le sue tre figlie è morta in seguito alla catastrofe: le tre bimbe, fortunatamente, sono sopravvissute. Dalla forza distruttrice dell’acqua sono stati risparmiati anche gli uffici anagrafe del Comune, altrimenti anche la memoria documentaria di generazioni di longaronesi sarebbe stata spazzata via.”

 

La maestra D’Incà ripercorre con le parole i tentativi suoi e della comunità per cercare un edificio idoneo a ospitare i 42 scolari sopravvissuti. “I bambini – spiega la maestra – dopo il dolore, il disorientamento, si stavano abituando a vedere i cadaveri sulle strade. Ogni giorno, ogni ora, il fiume restituiva un corpo o la parte di un corpo. Dovevamo allontanare i bambini dal luogo della tragedia, distrarli. Era stata individuata, con difficoltà, una villa, nel bellunese, che avrebbe potuto ospitare delle aule, diventare una scuola convittuale. Ma i genitori avevano detto no: non volevano separarsi dai figli. Come non comprenderli? Così, avevamo sistemato meglio che potevamo la vecchia scuola: i piani alti erano agibili e lì, otto giorni dopo il disastro, si ricominciò a fare scuola. Un po’ alla volta. Personalmente lasciavo i bambini liberi di scrivere, di disegnare. Di raccontare. Qualcuno dei loro temi è finito, con il loro aiuto, 40 anni dopo, nel libro Din don, le campane de Longaròn. Ma nel volume, non si riportano i tanti episodi, le esperienze vissute in quell’anno di scuola così drammaticamente segnato”.

I bambini superstiti della classe V di Longarone, dopo la tragedia

L’albero di Natale. Teresa D’Incà riferisce un episodio piuttosto amaro. Alla vigilia del Natale del 1963, un noto settimanale fece arrivare a Longarone un bellissimo abete. L’albero fu addobbato nel modo più ricco e gli scolari superstiti della scuola di Longarone vennero invitati a disporsi di fronte a quell’albero di Natale per una foto che sarebbe dovuta finire in copertina. L’immagine fu scattata tra la commozione generale. Ma il giorno dopo l’istantanea, quando i bambini, finita la scuola, fecero per riversarsi nello spiazzo dove era stato allestito l’abete, non trovarono nulla. Abete e decorazioni erano spariti: erano serviti solo per una foto. Non erano un regalo, ma una sorta di scenografia improvvisata.

Un nuovo albero di Natale, allora, venne predisposto in cimitero, in modo che anche i morti festeggiassero coi vivi un giorno di festa. Il giorno della nascita per antonomasia.

 

La pioggia. Un altro ricordo della maestra D’Incà ha a che vedere col tempo. Nonostante la catastrofe, il sole su Longarone nel 1963 splendette per tutto il mese di ottobre e per buona parte di novembre. Ma un giorno, com’era prevedibile, il cielo si rannuvolò e la pioggia cominciò a cadere. E allora, quel panico che si annidava negli scolari superstiti sfociò. Un bambino, a scuola, cominciò a tremare, a sentirsi male: la pioggia gli aveva richiamato alla mente l’acqua che aveva distrutto il paese, annientato i suoi compagni. Nessuno riuscì a calmarne il pianto e il piccolo dovette essere accompagnato a casa.

 

Le rondini del Vajont. “Finalmente – ricorda la maestra D’Incà – la primavera arrivò anche a Longarone. Il segno più evidente furono le rondini, che conobbero il Vajont allo schiudersi dei primi fiori: arrivate in paese, esse volavano come impazzite tra i pochi muri rimasti, cercando i posti consueti per nidificare. Entravano dentro le aule della scuola, sbattendo le ali, disorientate”.

Longarone, prima del disatro (foto Ghedina Archivio BCCB)

Il dottor Gianfranco Trevisan. Le vittime del Vajont furono 1910, di cui 1450 residenti nel comune di Longarone. Le altre risiedevano nelle frazioni di Pirago, Rivalta, Villanova (che furono completamente spazzate via, e nella frazione di Faè, parzialmente colpita dall’acqua). Le 1910 vittime sono ricordate da 1910 croci nel cimitero di Fortogna, ma metà delle croci non custodiscono alcun resto, perché i corpi di centinaia di long aronesi non sono mai stati trovati, recuperati, identificati.

Nel cimitero di Fortogna, per 1910 persone (uomini, donne, bambini) la data di morte è la stessa: 9 ottobre 1963. Solo una tomba porta una data di morte diversa dalle altre, ma anche in questo caso il decesso non è naturale. La tomba è quella del dottor Ginfranco Trevisan: il medico condotto di Longarone, che nei giorni successivi alla catastrofe aveva camminato senza tregua nel fango per soccorrere i superstiti, per identificare le vittime e firmare centinaia di certificati di morte; per dare sostegno agli emigranti che, tornati a Longarone dopo il disastro, non avevano trovato in vita nessuno dei familiari. Quel medico che, mentre molti se ne volevano andare dalla valle, comprò un pezzetto di terra e vi costruì la casa. “Il 4 novembre 1966 – ricorda la maestra D’Incà - in seguito a un'eccezionale ondata di maltempo, l'Arno esonda, causando la disastrosa alluvione di Firenze. Quella stessa alluvione causa forti danni anche nella zona del Piave, e nella piana di Longarone. E fa due vittime: il benzinaio di Castellavazzo e il dottor Trevisan. Quest’ultimo, mentre le acque del Piave si gonfiano sale sulla sua 500, assieme al giovane Angelo De Valerio, e si dirige a Fortogna, da un paziente ammalato. Una frana, nel frattempo, ha abbattuto il ponte sul torrente Maè e Trevisan e il suo accompagnatore vengono inghiottiti dalla corrente del fiume: i loro corpi sono ritrovati solo nei giorni successivi.”

 

Din Don, le campane de Longaròn. Nel libro della maestra Tersa D’Incà commuovono, a distanza di 50 anni, i pensieri dei bambini di Longarone: c’è chi spera che gli emigranti tornati in fretta nel paese non se vadano più, ma che restano a fargli compagnia; c’è chi lamenta di aver litigato con il compagne di classe e di non aver fatto in tempo a fare la pace con lui; chi ricorda quell’amico a cui piaceva così tanto correre in bicicletta e che finalmente ne aveva avuta una nuova fiammante in regalo, ma l’acqua ha portato via lui e la bici. E che c’è va al cimitero di Fortogna a leggere i nomi dei compagni di classe sotto alle croci, perché così gli sembra che siano ancora lì, vicino a lui. Seduti dietro quel banco che non esiste più.


Longarone dopo il disastro del 9 ottobre (Foto Ghedina Archivio BCCB)

 



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