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18 giugno 2018

Cronaca

Cosa c'è dietro la "fast fashion", la moda veloce e a basso costo

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Tutti almeno una volta siamo entrati, forse senza nemmeno saperlo, in uno dei negozi, ormai diffusissimi, che fanno parte del sistema della “fast fashion”. Il termine indica un design che passa velocemente dallepasserelledi alta moda ai negozi comuni, influenzando le attuali tendenze.

 

È quindi “fast” perché la produzione deve essere molto veloce, oltre che in grandissime quantità. Il tipo di vestiario confezionato è accessibile a tutti grazie ai prezzi molto bassi, che ci invogliano a comprare vestiti sempre nuovi, la cui qualità è spesso inferiore rispetto a quella di alcune marche più costose, nonostante rientri negli standard internazionali.

 

Un elenco lunghissimo di brand tra cui si collocano i più conosciuti tra i ragazzi di oggi e in tutto mondo, risponde a queste caratteristiche e tutti noi veniamo attratti da questo tipo di negozi che ci circondano continuamente. All’apparenza quello della “fast fashion” è un mondo scintillante e utile: tanti vestiti alla moda che costano pochissimo.

 

Ma basta provare a rispondere ad alcune domande essenziali (ad esempio: chi ha fatto i vestiti che indosso?), per far crollare questa subdola facciata e scoprire il lato oscuro del sistema, capace di annullare tutto ciò che ci sembra funzionare perfettamente. Pochi lo sanno, o molti preferiscono non saperlo, ma lo sfruttamento nei paesi in via di sviluppo e l’inquinamento del pianeta sono anelli indispensabili nella catena della nuova industria della moda.

 

La tragedia del Rana Plaza del 24 aprile 2013 ha fatto aprire gli occhi al mondo: 1129 operai, la maggior parte giovani ragazze, sono morti schiacciati sotto le macerie di una fabbrica, la Rana Plaza appunto, nella città di Dacca (Bangladesh), che produceva vestiti per marchi di fast fashion conosciutissimi, tra cui Benetton, Mango e Monsoon Accesorize.

 

I feriti estratti vivi dalle macerie erano 2515. Le cosiddette “sweatshops”, luoghi di lavoro dove gli operai vengono sfruttati e sottopagati, da sweat (sudore, fatica), sono una realtà presente ancora oggi in molti paesi del mondo, tra cui Cina, Bangladesh, Sud America, Etiopia, India.

 

Nonostante alcuni brand abbiano deciso di rendere più trasparente la loro catena di produzione, altri continuano ad approfittare dei pochi controlli in termini di sicurezza dei lavoratori, delegando tutte le responsabilità ai possidenti delle fabbriche, i quali si vedono costretti a sottostare alle richieste delle grosse catene di aumentare la produzione e di farlo a prezzi sempre più bassi. In tal modo il costo dei capi che compriamo ogni giorno rimane per noi appetibile e il marchio può stare al passo con la concorrenza.

 

Se la moda tradizionale, ora ri-battezzata “slow fashion”, propone due collezioni all’anno, i brand “fast” arrivano a produrre 52 micro stagioni annuali. L’accumulo e la priorità della quantità sulla qualità, sono caratteristiche della nostra società che vengono rappresentate da quest’industria. Il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica sono da attribuire a questo settore.

 

Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidie fanno del settore tessileil più inquinante dopo quello del petrolio. Secondo la Commissione Economica delle Nazioni Unite,l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato.

 

Quanti ragazzi, che sono fra i primi appassionati e consumatori della moda fast fashion, acquistano i loro capi in modo consapevole e conoscono tale problematica? Sicuramente la risposta è “molto pochi”. Cosa possiamo fare noi per cercare di cambiare la situazione sempre più drammatica verso la quale ci stiamo dirigendo?

 

Scegliere in modo diverso l’abbigliamento che compriamo, prediligendo la qualità alla quantità, è senza dubbio un passo importante se vogliamo che il nostro impatto sull’ambiente e sulle persone sia minore. Ci sono numerose alternative alla “fast fashion”, come scegliere di dedicarsi allo shopping etico, supportando l’artigiano, i brand che tutelano i propri lavoratori o rivalutare l’abbigliamento di seconda mano.

 

Inoltre la campagna “Abiti puliti” si sta impegnando affinché i brand internazionali si assumano le loro responsabilità nel garantire fabbriche sicure in Bangladesh, firmando l’Accordo di Transizione 2018. Il documentario “The true cost” (il vero prezzo), presenta un’inchiesta approfondita su tutto ciò che si cela dietro al mondo della fast fashion.

 

“Amiamo la moda, ma non vogliamo che i nostri vestiti arrivino a costare la vita delle persone o il nostro pianeta”, questo lo slogan del Fashion Revolution, il movimento nato dopo la catastrofe del Rana Plaza e che si impegna nel combattere ogni forma di sfruttamento e azione a danno dell’ambiente da parte dell’industria della moda.

 

Sara Saccon

 

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