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20 ottobre 2017

La bellezza esiste, anche all'inferno

Categoria: Fotografia - Tags: Tony Corocher, PX3, Concorso fotografico

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Andrea Armellin | commenti |

Se lo ricorderà a lungo, Tony Corocher, l’anno dei Quaranta.

Non capita tutti gli anni di ricevere come “regalo di compleanno" un doppio riconoscimento al PX3 di Parigi, uno dei più importanti concorsi fotografici internazionali. Il suo progetto “Beauty in hell” ha infatti vinto la medaglia d’oro nella sezione “Press – Professional”. Ma non basta: una delle foto del progetto, “Western beauty in Nairoby’s Hell”, è stata selezionata anche come vincitrice del collaterale concorso “PX3 Curators Challenge”, in tutto solo 40 fotografie scelte da Bill Hunt, Curator (New York) e Daphne Angles, Editor del New York Times (Paris) per essere esposte al Festival di Arles e in 2 importanti gallerie a Parigi e Bangkok.

Una bella soddisfazione, non c’è che dire.

Come si arriva a un risultato del genere, Tony?

E’ un percorso lungo. A monte di tutto c’è l’idea, il progetto, da trasformare poi in fotografie. Solo successivamente arrivano mostre e concorsi..

 

Da quando ti occupi di fotografia?

Dal 2008. Prima mi occupavo di grafica e design, e di app per smartphone. Avevo una mia agenzia a Vittorio Veneto, ma l’arrivo della crisi ha cambiato un po’ le cose. E’ stata una grande opportunità, col senno di poi. In pratica, per un anno e mezzo ho ricevuto uno “stipendio” senza lavorare da clienti da cui avanzavo dei soldi. Questo mi ha permesso di prendermi un anno “sabbatico” per dedicarmi a quello che mi piaceva davvero: ho girato il mondo con una nikon D90 in mano. L’ho fatto per capire cosa volevo fare, per chiarirmi le idee.

 

E ci sei riuscito?

Si, almeno in parte. Nel 2012 mi trovavo nella missione di Rumuruti, un villaggio nel nord del Kenia. Mentro ero li mi ritrovo improvvisamente una brutta tosse, sempre più forte: è andata a finire che sono passato dall’ospedale della missione, a quello di Nieri ed infine a quello di Nairobi con una forte forma d’asma e 2 costole rotte. Qui sono stato ricoverato per diversi giorni. Da qui è nata l’idea di sviluppare il progetto Beauty in Hell, a stretto contatto con due baraccopoli di Naiorbi: Mathare e Kibera. Due delle più grandi e pericolosi “Slums” al mondo. Quest’ultima ha un milione di abitanti.

Che significato ha il progetto?

L’ obiettivo è trovare e mostrare la bellezza all'interno di alcuni dei luoghi più difficili, duri e pericolosi al mondo. Nasce come critica personale e risposta artistica alla consapevolezza di vivere all'interno di un sistema che fa uso del dramma in tutto. Noi ormai ci siamo inconsciamente abituati a considerare una cosa interessante e degna di nota solo se contiene dei forti contrasti, quindi se è drammatica. Senza dramma non c'è notizia e tutto diventa noioso. In parole povere utilizziamo il dramma per fare sensazionalismo. Con "Beauty In Hell" voglio esprimere esattamente l'opposto. Mostrare attraverso la sensibilità artistica che anche all'interno di situazioni veramente drammatiche, di luoghi molto duri e difficili, il bello è sempre presente.

 

L’ obiettivo è trovare e mostrare la bellezza all'interno di alcuni dei luoghi più difficili, duri e pericolosi al mondo

Le foto di Beauty in hell sono state scattate tutte a Mathare e Kibera?

La maggior parte si, più alcune fatte nei campi profughi nel nord del Kenya.

Le prime volte che sono entrato in queste baraccopoli di Nairobi ho cercato e trovato gente del posto che mi ha fatto da guida. In pratica sono stati il mio salvacondotto per muovermi all’interno di un mondo molto pericoloso. Sono poi tornato l’anno successivo, per scattare ulteriori fotografie, anche grazie a un sistema di crowd-founding (in cui offrivo stampe in tiratura limitata in cambio di aiuti) e di alcuni sponsors. Questo mi ha permesso di poter dare del lavoro e un vero stipendio a 3 persone del posto che mi hanno fatto da assistenti e guide. Ma è un progetto in itere: in futuro mi recherò in India, Mongolia, Sudamerica...

Quindi il tuo futuro è nel campo del reportage sociale?

Si. Mi piace l’idea di uno scambio che si crea fra il fotografo,  le persone e i luoghi che visita, sia da un punto di vista umano, che economico. Ma a questo tipo di fotografia affianco anche una produzione di tipo fine-art (fotografia artistica di altissima qualità, ndr).

 

Credi di riuscire a conciliare la necessità di “dramma” richiesto oggigiorno dai mass media e dalle agenzie fotografiche con il tuo rifiuto della spettacolarizzazione?

SI. Ho la testa dura, sono un Toro: prima o poi sfondo il muro. Io vado avanti per la mia strada.

Torniamo ai progetti fotografici. Che mi dici dei concorsi?

Che bisogna buttarsi, non aver paura. Certo, bisogna avere un buon progetto alle spalle, e per costruirlo serve tempo. Un anno per prepararlo (anche economicamente, trovando fondi o sponsor), poi bisogna andare sul posto per realizzare gli scatti, e poi un anno per iscriversi, partecipare e ricevere i risultati dai concorsi.

 

In Italia è più difficile, o hai conoscenze o il percorso è subito in salita.

 

Vince davvero il più bravo?

In Italia è più difficile, o hai conoscenze o il percorso è subito in salita. All’estero invece prevale il merito. Certo, bisogna capire quali sono le fotografie che “funzionano”, e imparare a fare la selezione giusta. Consiglio a tutti di osservare come agiscono i giudici: ad esempio, per il concorso Picture of the Year international (http://www.poyi.org/), è possibile vedere in streaming in diretta sul web il lavoro di selezione dei giudici. Per me è stato molto istruttivo.

Che significato ha per te la fotografia?

Per me è una specie di meditazione, quasi non mi considero un fotografo, quando mi chiamano così un po’ mi imbarazzo. Sono buddista da sempre: fotografare significa osservare, meditare, ottenere buone sensazioni. Entrare in comunicazione con il soggetto. E poi realizzare le fotografie.

La foto è il mio pennello. Preferisco che mi chiamino artista. Sono un reporter, più che un fotografo. Per me lo scopo dei viaggi è anche trasferire quello che so.

 

Note tecniche: che attrezzatura usi?

Reflex digitali Nikon a pieno formato e ottiche di qualità e luminose. Ma sto preparando il passaggio a sistemi più compatti, come le nuove mirrorless della Olympus o della Sony. Sono più leggere e trasportabili, danno meno nell’occhio, la qualità è sempre molto buona e professionale.

 

I tuoi riferimenti fotografici?

In primis direi Fabio Buciarelli, fotoreporter italiano di guerra. E poi i classici: Sebastiao Salgado, per la sua storia personale prima ancora che per le sue fotografie. Steve Mc Curry, forse un po’ costruito, americano, ma le foto son di grande effetto. Poi James Nachtwey, Gregory Colbert (vi consiglio di vedere Ashes and snow). Per pura tecnica e fotografia, uno dei più grandi, che a mio parere raggiunge la quasi totale perfezione tecnica è Ming Thein. Ma la lista è lunga…

Ti muovi liberamente per il mondo. Non senti la mancanza di legami forti e duraturi? Una famiglia?

Si. Manca l’appiglio, la sicurezza, in certe situazioni. Ma d’altro canto non devo rendere conto a nessuno, ho l’autonomia e la libertà di fare qualsiasi cosa. Vivo a Vittorio Veneto, ma non so per quanto, appena posso scappo. Per via della situazione lavorativa italiana, ma anche sociale: qui è tutto chiuso, bloccato, vecchio, sicuro… troppo tranquillo.

 

Hai altri progetti in mente?

Mi affascina l’oriente, li mi sento a casa. Mi da pace e tranquillità, non c’è confusione, c’è rispetto.

Per questo vorrei fare un progetto legato all’oriente, alla spiritualità e al risveglio interiore.

La fotografia può essere un mezzo molto valido. Sono stato in Giappone già due volte, per me è un campo di allenamento enorme per nuove tecniche in relax.

 

Vorrei fare un progetto legato all’oriente, alla spiritualità e al risveglio interiore.

 

Il PX3 non è il primo riconoscimento che hai ricevuto in giro per il mondo. Qual è stata la soddisfazione più grande degli ultimi tempi?

Quest’anno, tra i vari riconoscimenti ricevuti - che sono stati delle enormi soddisfazioni nonché importanti conferme (trovate tutto sul sito web di Tony www.tonycorocher.com, n.d.r.) - forse la cosa che mi ha dato più soddisfazione è il fatto che due foto del progetto Beauty In Hell siano state aquisite (in copia unica) dai coniugi Ghisla, i proprietari del nuovo museo di arte moderna e contemporanea di Locarno (una collezione privata tra le più grandi e importanti d'Europa, la Fondazione Ghisla Art Collection).  Saranno messe in esposizione nel museo con il cambio delle opere nel prossimo futuro. 

La cosa ancora più bella è che sono stato invitato a fare la chiusura del progetto Beauty In Hell 2013 presso il museo stesso il 18, 19 e 20 ottobre con una mostra personale di tutte le foto: verranno distribuite nei tre piani del museo immerse tra le varie opere di artisti come Picasso, Mirò, Christo, Fontana, Magritte…

 

PS: Per chi desiderasse incontrare Tony di persona, lunedì prossimo 27 ottobre 2014 terrà una serata presso la sede del gruppo fotografico Inquadra, a Conegliano (TV), alle 20.50 (sala in piazzale F.lli Zoppas, alis Biscione). Info qui. 



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